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Clima

Cambiamento climatico, perché mezzo grado fa la differenza

17.11.2021

Si è appena chiusa a Glasgow la Conferenza dell’Onu sull’emergenza climatica (COP 26) terminata con un accordo il “Glasgow Climate Pact”, che mostra tutte le la difficoltà di mettere d’accordo circa 200 nazioni su un tema così controverso. C’è delusione per chi sperava in un accordo con India e Cina che portasse all’eliminazione dell’utilizzo del carbone come fonte energetica, essendo questo il maggiore responsabile delle emissioni di gas serra. Ci si è accordati invece, all’ultimo momento, per una “riduzione progressiva “dell’uso di questo minerale, che guardato dall’ottica del bicchiere mezzo pieno rappresenta un chiaro segnale della fine dell’era delle energie fossili. –

Un ottimo risultato è stato invece considerato dai molti addetti ai lavori l’accordo raggiunto per mantenere, entro il 2100, il riscaldamento globale entro il tetto massimo di 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali del 1880. Un passo avanti rispetto al documento firmato a Parigi nel 2015 al termine della Cop 21, che individuava infatti la necessità di mantenere l’aumento della temperatura media globale ad un massimo di 2 gradi centigradi con la raccomandazione di rimanere però il più possibile vicini agli 1,5 gradi. È bene ricordare che oggi viviamo già con un incremento medio di 1,1 gradi centigradi e segni di importanti cambiamenti climatici, come incendi, tempeste, ondate di calore e di gelo continuano a moltiplicarsi

In molti in questi giorni si sono chiesti da dove vengono questi valori che gli esperti hanno fissato come tetto massimo per l’innalzamento delle temperature causate dalle le attività dell’uomo. Il primo a parlare di limite di 2 gradi fu l’economista statunitense William Nordhaus, premio Nobel nel 2018 per i suoi studi su economia e cambiamento climatico. Lo studioso intuì, già nel 1975, che un aumento di due gradi rispetto ai livelli preindustriali dei nostri ecosistemi avrebbe portato ben al di là di quanto l’uomo avesse potuto osservare fino ad allora. La ragione va ricercata nella quantità dei gas serra che costituiscono l’atmosfera. Sebbene ne siano solo una piccola parte essi sono in grado di intrappolare parte del calore del pianeta prima che sfugga nello spazio. Grazie a loro la Terra, così lontana dal sole, non è completamente coperta di ghiaccio. I gas serra sono diventati un problema con l’avvio della rivoluzione industriale quando l’uomo ne ha aggiunti di più nell’atmosfera, soprattutto estraendo fonti fossili come il petrolio o il carbone, che bruciate rilasciano anidride carbonica.  I risultati delle analisi fatte sulle bolle di aria antica che sono rimaste intrappolate nei ghiacciai rivelano come la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera, prima 1750, era di circa 280 parti per milione (ppm). È cominciata a salire intorno al 1900 superando la soglia delle 300 ppm fino ai nostri giorni dove i livelli di CO2 sono intorno ai 420 ppm.

In questi anni molti addetti ai lavori hanno sostenuto che già un +1,5° potrebbe avere delle conseguenze estremamente gravi. Stando a quanto pubblicato da diversi studiosi sull’Earth System Dynamics, una delle riviste scientifiche internazionali più accreditate su questi temi, quel mezzo grado in più di temperatura potrebbe tradursi in 10 centimetri in più di innalzamento globale del livello del mare entro la fine del secolo con scenari veramente inquietanti perla reperibilità di acqua, cibo e per la sopravvivenza di molte specie animali e vegetali.

Per non parlare dei costi economici che anche mezzo grado di riscaldamento può causare. Visto quanto sta costando al mondo il non agire ci si augura che aumentino velocemente le persone convinte che affrontare il cambiamento climatico possa essere un affare migliore.

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